Dentro, Padova

1°-10-10. «Non avevo mai lavorato in vita mia. Il lavoro non mi apparteneva. Qui, finalmente, sono considerato una persona. Piano piano mi sono reso conto che fare il pasticciere mi piaceva. Puoi imparare qualcosa ogni giorno. E poi, è un allenamento a quello che sarà fuori».

Il “fuori” del quale si parla è la realtà esterna al carcere, il Due Palazzi di Padova. Non so quanti anni dovrà scontare il detenuto che mi ha detto queste parole – non pochi, credo, perché siamo in una casa di detenzione e non in una prigione di passaggio – ma è tutto sommato un uomo fortunato. Ha scoperto che anche in galera val la pena di andare avanti, se c’è qualcosa a cui tieni. Imparare. Far bene le cose. Essere puntuale. Ricevere uno stipendio. Meritarselo. In ultima analisi, riguadagnare  dignità, di fronte a se stessi e agli altri.

«È un mondo nuovo, un lavoro che dà soddisfazione. La pasticceria è un’arte» dice un altro che, come il precedente, non è italiano, ma parla bene la nostra lingua. «Il merito è dei nostri chef». Si riferisce in primis a Lorenzo Chillon, capo pasticciere e responsabile della cucina del carcere, e ai suoi due assistenti, che vengono ogni mattina da “fuori” per organizzare il lavoro dei detenuti e lavorare loro stessi.

Questa bella realtà, invidiata da altre istituzioni carcerarie e portata ad esempio in Europa, si deve a un gruppo di amici agronomi che, nel 1986 si era costituito in cooperativa. Nel 1991 parteciparono al bando per la cura del verde del carcere. Tardando l’assegnazione, i giovani proposero al direttore dell’istituto di affidare agli stessi detenuti la cura delle piante, preceduta da un corso di formazione. Nell’incredulità generale il direttore diede loro fiducia. Negli anni la cooperativa è diventata un consorzio sociale, Rebus, presieduto da Nicola Boscoletto, uno degli amici laureati in scienze forestali. Vi fanno capo i circa 500 dipendenti delle cooperative sociali Giotto e Work Crossing di cui oltre il 35% dei dipendenti sono svantaggiati psico-fisici o detenuti.

«La vera rieducazione comincia dal lavoro in carcere. Pensi che i nostri dipendenti hanno una recidiva che arriva all’1% rispetto alla media nazionale del 90%», mi dice Alessandro Krivicic, un dirigente della cooperativa che viene quasi ogni giorno in carcere. Mi porta in giro nei capannoni dove lavorano i detenuti. Non c’è solo la pasticceria, ma anche un’area dove si assemblano biciclette del gruppo Esperia, che possiede marchi come Torpado e Bottecchia, si costruiscono i particolari delle valigie Roncato, si monta la gioielleria di Morellato, si fa l’upload di programmi su chiavette digitali Infocert. Inoltre, nel carcere di Padova ci sono anche due call center, uno che fa le prenotazioni delle visite specialistiche per conto dell’Azienda Ospedaliera di Padova e dell’ASL cittadina e l’altro che svolge servizi di customer sactisfaction di Fastweb. Inutile dire che tutto deve funzionare a puntino, perché la logica è quella del profitto. Anche se l’attività dei carcerati gode di benedizioni che arrivano da molto in alto.

«Nel giugno del 2008 i frati della Basilica di S. Antonio hanno portato al Due Palazzi le reliquie del Santo. Questo è stato importante per i detenuti, non solo a livello spirituale, ma anche pratico. È nata una collaborazione, per cui la pasticceria del carcere ha creato la “Noce del Santo”, un dolce ispirato al noce su cui si era ritirato S. Antonio». Me ne parla Roberto Polito, responsabile commerciale della pasticceria. «È una focaccia da 250 g ricoperta di glassa di noci e mandorle. Ha avuto un grande successo sin dal suo lancio ed ha ricevuto, dall’Accademia Italiana della Cucina, il premio “Dino Villani”».

Se volete comprare dalla cooperativa pasticceria, avete a disposizione non solo il nuovo sito www.idolcidigiotto.it, ma diversi punti vendita, primo fra i quali il Caffè Pedrocchi, locale storico di Padova. Il vero best seller è il panettone. «Lo scorso anno ne sono stati prodotti 33.000. Per quest’anno prevediamo di farne di più, perché le richieste sono in aumento», aggiunge Polito. Anche qui la logica è quella del mercato: paga il rapporto qualità prezzo. E quello c’è tutto; riconosciuto anche da Davide Paolini, giornalista fra i primi a celebrare la bontà dei prodotti Giotto. L’ultima novità è il panettone alla birra, creato in collaborazione con il birrificio artigianale riminese Amarcord. L’ho provato e in effetti è da ricordare.

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Una Risposta to “Dentro, Padova”

  1. Bilanci e classifiche « Il panettone Says:

    […] I Dolci di Giotto, Padova (presente a Re Panettone™ 2010 e […]

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