Romanticismo? È ancora possibile

friedrich

«Sarò un romantico, ma che bello sarebbe se Motta fosse di Motta e se il panettone fosse prodotto a Milano!»

Lo scrive Rinaldo Citterio in uno dei commenti al precedente post. Certo, lo spazio del romanticismo non coincide più con quello dell’industria, come poteva ancora avvenire in Italia fino agli anni del boom economico.  Dalla crisi petrolifera degli anni Settanta crolli e passaggi di mano sono stati all’ordine del giorno, dando erroneamente l’impressione che fosse un’asettica e spietata razionalità da computer a dominare le logiche aziendali. In realtà sul ponte di comando delle industrie ci sono uomini in carne ed ossa, capaci di lacrime, sudore, sangue e dotati di personalità o anima, comunque vogliate chiamarla.

Il fatto è che il luogo migliore per esprimerla è difficilmente la tolda di una multinazionale, troppo affollata per esprimere volontà individuali. È già più facile in un’azienda familiare, quale è ancora – in parte – la Bauli, benché il presidente Alberto, il cui cognome coincide con la ragione sociale, mi abbia confermato che nella sua azienda non vige più una stretta ereditarietà dei ruoli direttivi. Il che è un bene, perché il criterio che deve prevalere nella scelta delle cariche di un’impresa orientata alla qualità (e con migliaia di dipendenti) non può essere quello del sangue, ma quello della competenza.

Contemporaneamente, rattrista un po’ pensare che il prossimo presidente dell’azienda veronese possa non chiamarsi Bauli. D’altronde, i tempi eroici sono quelli dei fondatori. Degli Angelo Motta da Villa Fornaci, inventore della fascia e del panettone industriale; dei Ruggero Bauli da Nogara, naufrago in Argentina e industriale del pandoro. Il mito coincide con la prima generazione; è già miracoloso che la seconda accresca le fortune industriali continuando a tenerle legate alla qualità.

Però. Sarà che anch’io sono affetto dalla stessa tara di Rinaldo, ma credo che ci sia un luogo in cui il romanticismo è ancora possibile. Oggi, nel 2009. Ed è l’artigianato.

Intanto, nell’Italia di oggi chi decide di dedicarsi a quest’attività è già un cuor di leone. Non basta, però, essere artigiani per guadagnarsi la stima dei romantici. Bisogna saper essere artigiani eccellenti. Non stancarsi mai di imparare. Servirsi di ingredienti di alta qualità. Sperimentare senza aver paura di osare e/o proporre la propria lettura della tradizione con il massimo impegno. Ci sono persone così che operano nel mondo del panettone. Non mi stancherò mai di osannare i dioscuri Achille Zoia e Iginio Massari, ma anche nelle nuove generazioni c’è gente che lavora molto bene, come Marco Rinella di Roma, nelle sue pasticcerie Cristalli di zucchero, Gianni Lombardi di San Paterniano di Osimo (AN), Alfonso Pepe di Sant’Egidio Monte Albino (SA). O Emanuele Comi di Missaglia (LC), anche lui – mutatis mutandis – un “seconda generazione” come Alberto Bauli. Perciò prego Rinaldo e quelli come lui di non disperare: finché il lievito madre continuerà a crescere, ci sarà qualche folle genio che vi dedicherà la vita e vi legherà il suo nome.

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